Concorrenza sleale e uso illecito di informazioni aziendali: cosa ha stabilito il Tribunale di Venezia
Concorrenza sleale, uso illecito di dati aziendali e denominazioni sociali simili: scopri cosa ha deciso il Tribunale di Venezia nella sentenza 7 agosto 2024.
Tribunale di Venezia, 7 Agosto 2024
Concorrenza sleale confusoria e utilizzo illecito di informazioni aziendali
Con la pronuncia del 7 agosto 2024, il Tribunale di Venezia ha affrontato due temi centrali nel diritto della concorrenza:
- la confondibilità tra denominazioni sociali,
- l’uso illecito di informazioni “segrete” e lo sviamento di clientela.
La sentenza rappresenta un riferimento importante per imprese, professionisti e società che operano in mercati competitivi, dove identità aziendale e gestione dei dati costituiscono leve strategiche.
Conflitto tra denominazioni sociali: quando scatta la concorrenza sleale
La scelta del nome societario non è solo un fatto formale: determina l’identità dell’impresa sul mercato.
Il principio della priorità dell’iscrizione
Quando due società di capitali adottano una denominazione simile — ad esempio includendo lo stesso cognome con funzione identificativa — il conflitto si risolve considerando la data di iscrizione nel Registro delle Imprese.
L’obbligo di modificare la denominazione
Se esiste:
- rischio di confusione tra le attività,
- sovrapposizione di mercato,
- identità o somiglianza tra le denominazioni,
l’art. 2564 c.c. impone alla seconda società che ha utilizzato il nome uguale o simile di modificare la propria denominazione inserendo elementi distintivi.
Una tutela essenziale per la corretta concorrenza e per evitare forme di concorrenza sleale confusoria.
Informazioni aziendali e segreti commerciali: quando esiste una tutela reale
Il Tribunale chiarisce un punto cruciale: un semplice elenco clienti non è un segreto aziendale tutelabile dagli artt. 98 e 99 del Codice della Proprietà Industriale.
Perché l’elenco clienti non basta
Un elenco con nomi e indirizzi, privo di ulteriori elementi strategici, non soddisfa i requisiti di segretezza.
Per essere considerata una “informazione segreta”, una banca dati deve rappresentare:
- un complesso strutturato e organizzato di informazioni;
- un insieme di dati che superi la normale capacità mnemonica;
- un patrimonio informativo in grado di fornire un vantaggio competitivo reale.
In mancanza di tali caratteristiche, non può parlarsi di tutela ex artt. 98–99 c.p.i.
Il principio della libertà professionale del lavoratore
La sentenza richiama un aspetto fondamentale: non si può trasformare la disciplina della concorrenza sleale in uno strumento che genera un monopolio sulle conoscenze dell’ex dipendente.
Il lavoratore, infatti, conserva il diritto costituzionale (artt. 4, 35, 36 Cost.) di utilizzare le proprie competenze per ottenere la miglior valorizzazione professionale sul mercato.
Sviamento di clientela: quando il comportamento è illecito
Il Tribunale specifica che è fisiologico che un nuovo imprenditore o ex dipendente avvii la propria attività cercando di acquisire anche alcuni clienti dell’azienda precedente.
Il discrimine tra lecito e illecito
Lo sviamento diventa illecito solo quando viene realizzato:
- con mezzi scorretti o contrari alla correttezza professionale,
- utilizzando informazioni sottratte in violazione dei doveri di lealtà,
- attraverso pratiche aggressive o denigratorie verso l’ex datore di lavoro.
In assenza di tali comportamenti, l’acquisizione di clientela rientra nella libera concorrenza.


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